Categoria: Interviste
Pubblicato Sabato, 04 Gennaio 2014 11:36
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Tiziano Casagrande è stato allenatore dell’Italia Rugby dal 1985 al 2005. Attualmente è formatore e commentatore sportivo presso la Rai e La 7. Insegna inoltre presso la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Verona

Abbiamo chiesto a Tiziano Casagrande di cercare di spiegarci in che modo il rugby può divenire una risorsa per un giovane che voglia iniziare una carriera agonistica o lavorativa e ambisca a divenire un leader e che ruolo giocano le regole nello sport e nell’azienda. Lui ci ha risposto con un interessante parallelismo fra rugby e gioco del calcio…

Nell’organizzazione dei giochi di squadra le riflessioni degli allenatori si basano sempre di più sulla ricerca di linguaggi che permettano alle squadre di essere organizzate e ai giocatori  di esprimere il loro talento: da una parte l’individuo, con la sua creatività, deve porsi al servizio del sistema di gioco e, dall’altra, il sistema di gioco collettivo deve valorizzare le caratteristiche dei singoli.

È sempre stato difficile scegliere fra l’individuo e il fine comune, trovare un equilibrio fra queste due dimensioni: in una prima fase si è puntato soprattutto sulla struttura organizzativa, nel tentativo di rendere “automatico” il comportamento dei giocatori. Non uscire dagli schemi è stato per molto tempo il motto educativo privilegiato, la strada principale per arrivare al risultato. Ma qualcosa, tuttavia, non funzionava, perché a risentirne era il gioco che, è bene ricordarlo, prevede una lunga serie di variabili da considerare nel minor tempo possibile, che le risposte standard non riuscivano a soddisfare. Il risultato era uno spettacolo che non emozionava chi pagava il biglietto.

Studiando più a fondo il gioco e i suoi linguaggi si è cercato di mettere a punto un  sistema di valori – o, se si vuole, di direttive - che fossero condivisi e che servissero da base di riferimento per ottimizzare il lavoro del gruppo e individuare chi, al suo interno, potesse fungere da guida, incarnare il leader. Queste linee guida dovevano anche creare un linguaggio comune a livello tecnico tattico. Più le decisioni hanno bisogno di essere prese in un tempo breve più diventano importanti e impegnative. I comportamenti dei giocatori, del resto, sono soggetti a interazioni sempre più raffinate e complesse, e necessitano del sostegno di un codice comune che li renda decifrabili.

È un aspetto, questo, che non si può lasciare al caso né si può imbrigliare in schematismi di sorta. Pertanto, è necessario educare le persone a ragionare attorno a un filo comune di pensiero, a dare lo stesso significato alle varie situazioni, a condividere il principio dell’ ”efficacia”. Il giocatore deve inoltre essere in grado di analizzare e dare risposte (valutazione e autovalutazione) rispetto al gioco, ai compagni, agli avversari tenendo presente che il modello complessivo di gioco ruota attorno al principio di “utilità”, che risponde alla domanda: sei stato utile o no? Accettato questo piano, subentra un altro quesito: chi decide chi è utile? È pertinenza esclusiva dell’allenatore-manager o, piuttosto, si deve essere in grado di comprenderlo da soli? L’ideale sarebbe costruire un dialogo costruttivo, sulla base del quale adattare le risposte alle situazioni, avendo però un modello di interpretazione condiviso, altrimenti le risposte saranno personali e, per quanto “creative“, non apporteranno benefici all’organizzazione

Per avere un team efficace e una leadership adeguata bisogna rispettare i valori. I valori nello sport sono le priorità e definiscono il “modello di prestazione”.

La leadership, in particolare, si fonda su una base valoriale, alla quale bisogna rispondere.

Il leader deve essere necessariamente dotato di una personalità spiccata, ma soprattutto colui che all’interno di questo sistema di valori si afferma come guida, anche in virtù della sua biografia personale.

Nelle aziende italiane, invece, almeno nella maggioranza dei casi, non si forniscono alle persone che devono lavorare insieme delle regole precise da rispettare, né un sistema di riferimento. Sul piano educativo è un errore, perché queste persone, libere di interpretare secondo il proprio punto di vista le dinamiche aziendali, spesso, per ottenere i risultati richiesti dall’azienda, preferiscono aggirare le regole a discapito degli altri. Questo modus operandi crea inevitabilmente molta competizione e molto stress e non contribuisce alla formazione del vero leader, quello cioè in grado di padroneggiare il sistema e in grado di trasmettere questa sua padronanza agli altri. Anche il linguaggio è fondamentale. Molto spesso le persone che si rifiutano di crescere, o che ritengono non fondamentale farlo, utilizzano il primo linguaggio che gli viene in mente, senza curare di adeguarsi al linguaggio utilizzato dagli altri. In realtà bisogna condividere dei codici per una buona comunicazione, altrimenti alla fine di una riunione chi ci ascolta si alzerà senza aver capito ciò che volevamo dire. Non si può fare affidamento solo sul lato affettivo o sull’empatia. Se un allenatore è un gestore di regole e di comportamenti avrà sempre una buona relazione con i suoi giocatori, anche quando chiederà loro di andare in panchina. Ogni domenica si ripropone all’allenatore la scelta di chi mandare in campo: se non ci sono delle regole condivise, chi va in campo si sentirà premiato e chi va in panchina punito, senza sapere veramente perché. Se invece si sceglie sempre in base alle competenze e alle abilità sarà più semplice per tutti accettare le decisioni del coach. Il discorso, ovviamente, vale in misura ancora maggiore per l’azienda, che ha bisogno di persone con le quali poter parlare sinceramente quando si profilano delle scelte. Perciò  serve una formazione che dia dei valori di fondo da rispettare. È questa la base di ogni discorso educativo.

L’educazione e la formazione, per puntare alla performance, non possono ruotare esclusivamente attorno alla valorizzazione del talento ma devono mettersi al servizio sia del miglioramento dell’azienda che dell’individuo. Del resto, se non si governa la competizione interna, emergerà solo chi riesce a “fregare“ l’altro, a tutto discapito dell’organizzazione. Per questo le aziende puntano sempre più sul team work: o si educano le persone a interagire, creando le basi per la cooperazione, o a prevalere, con tutte le sue nefaste conseguenze, sarà la competizione interna .

Per cercare di spiegare cosa intendo per discorso educativo vorrei prendere a esempio ciò che si insegna a calcio e quello che si insegna a rugby.

Nel nostro sport, di fronte a una difficoltà che ti ha messo a terra – metaforicamente o meno - l’allenatore ti dice “alzati”; nel calcio, invece, ti insegnano che può essere conveniente “andare o rimanere a terra”. Sono due sistemi che portano a dei risultati. Noi chiediamo che il giocatore superi le difficoltà perché siamo convinti che il non far vedere agli altri di essere stato “messo sotto” può significare vincere la partita, mentre nel calcio è sempre dietro l’angolo la tentazione di buttarsi a terra in area di rigore per fregare l’arbitro e vincere l’incontro. Peraltro, a mio avviso anche giocando a calcio le squadre che sanno alzarsi in piedi prima delle altre vincono.

Questa è una lezione importante soprattutto per i giovani, che può aiutarli a inserirsi prima e meglio in una squadra, anche nel mondo del lavoro. Un’azienda, infatti, pretende che chi lavora dia il massimo di se stesso, non che cerchi una strategia per fregarla. Per questo il modello del calcio – “entra in area e vedi che succede” – è diseducativo. Che cosa ci si può aspettare da un giocatore che accetta questo modo di fare una volta che sarà diventato allenatore? Che crescerà altre persone? Che tirerà fuori il meglio da loro? Al massimo otterrà il 50%, anche perché nell’ambiente del calcio le scorciatoie godono di apprezzamento da parte di molti e questo induce un giocatore a risparmiarsi. Il rugby, invece, instilla dei valori completamente diversi, ti insegna che se vai a terra ti devi alzare prima dell’altro, che se uno ti schiaccia tu devi mostrare di non soffrire la sua pressione: la sfida è tutta qui, chi si alza per primo comunica all’avversario “non mi hai fatto niente”e  questo atteggiamento concorre a formare il carattere di una persona, soprattutto di fronte alle difficoltà.

E l’efficacia di un sistema educativo si misura e si valuta proprio nei momenti di difficoltà, che si presentano in forma sempre diversa, e se non hai formato delle persone con questo tipo di carattere e con questo sistema di valori, difficilmente la tua squadra potrà divenire vincente.