Autonomie e consapevolezza

Categoria: Scienze della formazione
Pubblicato Domenica, 07 Dicembre 2014 09:02
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Convegno “Autonomie e consapevolezza”. Il contributo di ricerca dell’analisi transazionale e delle intelligenze multiple – Roma, Aula Magna del Rettorato – 25 novembre 2014

MASSIMILIANO RUGGIERO:

Educare al successo? La vittoria come miglioramento continuo, la sconfitta come opportunità di crescita

 

Da sportivo e da formatore, vorrei ragionare insieme a voi intorno al tema della vittoria e della sconfitta. Ne tratto nel libro di prossima uscita – non a caso intitolato “Campioni” -, al quale hanno collaborato anche alcuni docenti di questa università, e che qui userò come traccia per il mio intervento. Il libro, infatti, contiene una serie di interviste a campioni dello sport – fra i quali Alessandro Del Piero, Adriano Panatta, Yuri Chechi, Andrea Lucchetta e molti altri - che utilizzerò a supporto della mia breve relazione.

Vittoria e sconfitta, dunque. Nel senso comune, il prevalere nella carriera di uno sportivo dell’una – la vittoria – rispetto all’altra – la sconfitta – decreta il raggiungimento o meno del successo. E nell’immaginario collettivo il campione è sostanzialmente uno specialista di vittorie, perseguite con determinazione spesso feroce, come fossero prede da abbattere e da esporre poi come trofei. La sconfitta, al contrario, è vissuta spesso dal campione con angoscia, quasi determinasse un’amputazione e compromettesse la sua autorevolezza e il suo riconoscimento sociale. Nell’intervista ad Adriano Panatta contenuta nel libro c’è una frase illuminante a riguardo: “Ogni volta che si perde è come morire perché non puoi tornare indietro. Quando hai perso hai perso. Poi hai la possibilità di tornare in vita la settimana dopo, perché nel tennis un professionista gioca più o meno ogni settimana. Ma immagina, invece, un atleta che partecipa alle Olimpiadi, magari uno che pratica il tiro al piattello, e fallisce la vittoria. Quando gli ricapiterà l’occasione per poter rinascere?”. C’è un che di drammatico in questa visione della sconfitta, e non a caso essa è paragonata alla morte: è un accidente irreparabile, al quale il campione, come un’araba fenice, può sopravvivere solo riprendendo immediatamente a vincere. Ma il prezzo che si paga, a mio avviso, è trasformare un evento gioioso, quale la vittoria dovrebbe essere, in una sorta di rivalsa sulla sorte e di sfida continua alla propria invulnerabilità; la sconfitta, d’altra parte, viene vissuta come una compromissione del Sé, come una minaccia alla propria integrità psicofisica, da debellare quasi fosse una malattia. Preciso subito che quello che ho tratteggiato non è affatto il ritratto di Adriano Panatta, che non è né una persona mortifera né – come ha dimostrato lungo tutta la sua carriera – un “win addicted”, uno ossessionato dalla vittoria. Al contrario, è stato uno sportivo capace di scelte coraggiose e controcorrente, che ha pagato anche in termini professionali. Però quella sua definizione di sconfitta è paradigmatica e ritengo sia ampiamente generalizzabile a molti altri campioni. Panatta, nella stessa intervista, cita anche la famosa massima di De Coubertin – “L’importante non è vincere ma partecipare” – soggiungendo di non essersi mai riconosciuto in quel motto e di considerarlo “roba di altri tempi”. Anche in questo caso, penso che nelle parole di Adriano siano rintracciabili molti elementi di verità: un atleta che fa agonismo – e a maggior ragione un campione – si allena e compete per vincere, non per partecipare. Il partecipare, per molti sportivi di alto livello, suona un po’ come “alibi del perdente” e in quanto tale non viene preso in considerazione. Se ci si intende sui termini, non vi è nulla di scandaloso in questa affermazione, a patto, però, che ci si riferisca alla vittoria come a uno strumento per il miglioramento continuo e non a un rito autocelebrativo e superomistico. Un altro campione da me intervistato nel libro – Alessandro Del Piero – esprime quest’ultimo concetto in maniera straordinariamente efficace: “Bisogna fare una netta distinzione tra il concetto di aspirazione alla vittoria, anche con la volontà e la determinazione più feroce, e l'idea di vittoria a tutti i costi. Sono due cose molto diverse. La voglia di vincere ti spinge a dare il meglio,  a non fermarti davanti alle difficoltà, ad andare oltre i tuoi limiti e dunque anche a saperli riconoscere. Volerlo fare a tutti i costi, guardando solo al traguardo e non alla strada che si deve fare per raggiungerlo, è invece un esempio profondamente negativo. E non credo che questo valga solo per lo sport. Concordo sul fatto che la sconfitta sia formativa, come molti eventi negativi che ci accadono, se sappiamo reagire e se li sappiamo superare. Faccio un paio di esempi: l'infortunio del '98, visto a molti anni di distanza, penso che mi abbia dato più di quanto mi abbia tolto. Sono sicuro di essere diventato più forte, dopo. Soprattutto nella testa. E ancora: la maledetta finale dell'Europeo 2000, persa al golden gol contro la Francia, quando eravamo a pochi secondi dalla vittoria ai tempi regolamentari, è stata una delle delusioni più brucianti della mia carriera, ma sono convinto che quella sia stata una tappa fondamentale per arrivare sul tetto del mondo, sei anni dopo, a Berlino. Ma questo non vuol dire che non abbia fatto di tutto per evitare quella sconfitta, e che non l'abbia odiata con tutte le mie forze. Non trovo nulla di negativo in questo. Alla fine sono convinto che l'equilibrio con se stessi lo si raggiunge quando si arriva alla esatta consapevolezza dell'aver dato tutto, oppure no. La vera autostima deriva dalla nostra capacità di spendersi fino all'ultima goccia di sudore, perché è appagante sapere di avere dato tutto e ti spinge a riprovarci con ancora più forza se non hai raggiunto il risultato che ti sei fissato.”

Ecco, questa visione del concetto di “vittoria” penso contenga un substrato fortemente formativo. La vittoria, in altri termini, diviene espressione della tensione verso il superamento dei propri limiti, nella prospettiva di una maturazione personale e professionale, di una crescita continua supportata dalla volontà di cambiamento. In questo senso, il “semplice partecipare” è paradossalmente poco costruttivo e diseducativo e molte volte può costituire un alibi per fuggire dalle proprie responsabilità, attribuendo a cause esterne ineluttabili – “le mie risorse sono limitate, gli altri sono troppo forti per me, l’arbitro non è stato imparziale” - le ragioni del proprio fallimento. Così si evita di guardarsi dentro, di fare un bilancio quotidiano e ci si rifugia nella dimensione autoconsolatoria del partecipare. In realtà, tanto le sconfitte che le vittorie andrebbero analizzate non come eventi isolati e accidentali ma come tappe di un processo di crescita, di un continuum formativo. Penso che la frase di De Coubertin sia troppo spesso decontestualizzata, fraintesa e somministrata come una medicina per narcotizzare il dolore della sconfitta. In realtà, è importante partecipare perché è importante mettersi in gioco, innanzitutto con se stessi, prima che con gli altri. Se non partecipi – se non ti spendi, se non cerchi di andare oltre il limite che hai già raggiunto - non puoi vincere ma nel metterti in gioco (e sottolineerei il termine “gioco”, che rimanda a una dimensione di godimento, autenticamente ludica) devi essere consapevole di poter andare incontro a una sconfitta. Se questa si determina, non significa che il tuo processo di crescita sia compromesso, che tutto ciò che hai costruito debba necessariamente essere messo in discussione, ma semplicemente che gli obiettivi che ti sei dato – e i tempi e i modi per soddisfarli - vanno ricalibrati  alla luce delle indicazioni che provengono dalla realtà. In questo senso, la sconfitta non ferisce la nostra autostima, non induce frustrazione ma si rivela un’opportunità di crescita esattamente quanto la vittoria perché permette di fare i conti con la propria autoefficacia, di testarla alla luce del confronto con l’altro. Assumere la valenza formativa della sconfitta è il miglior antidoto per scongiurare la “dipendenza da vittoria”, per neutralizzare l’ansia da prestazione e per maturare una reale “autonomia”, come recita il titolo di questo convegno. Un’educazione al successo, in altri termini, non può prescindere da un’educazione alla sconfitta. Dico di più: la sconfitta può essere un evento creativo se è capace di mettere in circolo nuove forze e nuove idee, se contribuisce a individuare nuove soluzioni e a mettere a punto nuove strategie per la crescita personale. Se, per farla breve, ci spinge verso il cambiamento. “La creatività – ha detto Einstein - nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.”

È possibile, insomma, ri-programmare la vittoria attraverso la sconfitta, a patto però, di conservare una forte motivazione: “il vincitore – ci ricorda Nelson Mandela – è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”.

Prima di passare a qualche considerazione più strettamente attinente ai temi sollecitati da questo convegno, vorrei spendere qualche parola sulla dimensione sociale della vittoria. Fin qui, infatti, ne abbiamo parlato riferendoci alle gesta individuali del campione ma nello sport, come nella vita, molto spesso la vittoria è frutto di un lavoro di squadra e, talvolta, riflette le aspirazioni e le aspettative di un’intera comunità. Da ex rugbista professionista e oggi allenatore delle squadre giovanili della Tarvisium, posso affermare, ad esempio, che il rugby è uno degli sport in cui è inimmaginabile concepire la vittoria senza il concorso di tutti i membri della squadra. Ciò non significa che non si persegua l’eccellenza tecnica individuale ma questa è posta al servizio del team e dell’affermazione collettiva. Non si tratta semplicemente di spirito di corpo ma dell’espressione dell’essenza stessa del gioco, che si fonda sulla cooperazione e il sostegno reciproco. La squadra di rugby, in altri termini, pensa ed agisce come fosse un unico organismo, a prescindere dai ruoli di ognuno e nonostante le grandi differenze “fisiche” fra i suoi componenti. Per questo può essere considerata un gruppo orientato al compito e alla prestazione che agisce in base all’interazione tra gli individui che lo compongono.Di conseguenza, anche la sconfitta diviene un’occasione di crescita collettiva. Spesso si dimentica che, nella maggioranza dei casi, la sconfitta deriva, oltre che da limiti soggettivi, da un errore, che può risiedere nel sopravvalutare le proprie risorse o sottostimare la forza dell’avversario, nel predisporre strategie di gioco sbagliate, nell’esecuzione insoddisfacente di gesti atletici, nell’incapacità di contenere lo stress emotivo di una gara e così via. Bene, la prima cosa che insegniamo ai nostri ragazzi è che occorre farsi carico dell’errore quando questo si determina. L’assunzione di responsabilità, cioè, è la condizione indispensabile per cambiare il segno della prestazione. L’errore, pertanto, non solo viene tollerato ma viene utilizzato come meccanismo di apprendimento collettivo e diviene il presupposto per una crescita ulteriore del singolo e del team nel suo complesso. In un certo senso, potremmo dire che il rugby procede per “prove ed errori”, il che si traduce in un rapporto dialettico fra tattica e strategia, secondo la logica del miglioramento continuo.

Ma al di là che la vittoria scaturisca da una prestazione individuale o collettiva essa riflette comunque il rapporto sociale che si instaura fra chi gioca e chi sostiene e si identifica nel giocatore, cioè il pubblico. Questo meccanismo, per quanto possa essere degradato da certe manifestazioni deteriori e inaccettabili del tifo esasperato, conserva intatta la sua importanza. Una vittoria che avvenga senza nessuno che la ammiri e la celebri non ha senso, non è una vittoria ma una semplice prestazione. Ciò è inscritto a chiare lettere nelle stesse origini “sacre” dello sport, che risalgono ovviamente all’antica Grecia. Il filosofo Luciano di Samosata, nel secondo secolo dopo Cristo, immagina un dialogo fra il legislatore ateniese Solone e il barbaro Anacarsi. A quest’ultimo che manifestava incredulità per il tempo e le energie profuse dai greci per l’allestimento dei giochi di Olimpia e per gli straordinari onori tributati ai vincitori, Solone replicava: “La corona d’alloro che alla fine cingerà la fronte dei vincitori non è che l’indizio della vittoria […] Essi si sfidano non solo per aver premi, che pochi fra essi possono ottenere, ma per contribuire a una felicità comune, quella della città di provenienza”. La vittoria di un atleta in una competizione agonistica, insomma, non solo investiva l’intera sua comunità di appartenenza, rispecchiandone le qualità e al tempo stesso amplificandone il prestigio, ma rappresentava, soprattutto, una celebrazione irripetibile della vitalità e dell’indipendenza di quella comunità. E del resto, per una qualche magica sintesi, i giochi incarnavano in maniera così organica e profonda la cultura e la civiltà di un popolo, da indurre i più grandi filosofi, scienziati, artisti a eleggerli a sede preferita per la divulgazione delle loro tesi e delle loro opere. Ma il dato che più mi preme sottolineare è che per quanto tutti i contendenti perseguissero con straordinaria determinazione e veemenza la vittoria, in virtù anche del legame che li univa alle rispettive comunità, il prevalere sull’altro, il relegarlo nel ruolo dello “sconfitto”, non determinava in alcun caso la sua umiliazione. Il dato paradossale, se ci si pensa, è che i giochi di Olimpia avevano la forza di interrompere perfino le guerre in corso e compivano la magia di trasformare il nemico in avversario, sebbene nell’arco temporale dei giochi stessi. Il meccanismo incaricato di compiere il miracolo aveva in realtà un nome preciso: rispetto. Per l’altro, per la sua diversità, per i suoi costumi e per la sua cultura. Quegli stessi elementi che, fuori dalle mura di Olimpia, venivano oltraggiati dalle guerre. Questo intendo per dimensione sociale della vittoria sportiva. So bene che lo show business che accompagna lo sport di oggi legittima il vostro scetticismo circa la possibilità che tali valori sopravvivano anche ai giorni nostri e non vi nascondo che anch’io nutro forti perplessità a riguardo. Tuttavia vorrei sottoporvi la visione di un breve video che, almeno limitatamente al mondo del rugby, mi pare ci autorizzi a sperare ancora.

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Infine, vorrei entrare un po’ più nel merito dei temi suggeriti dal convegno e anche qui mi verranno in soccorso le interviste contenute nel libro, che sono state esplicitamente pensate per sondare i possibili campi di applicazione della teoria delle intelligenze multiple nello sport ma che possono essere lette anche alla luce di alcuni costrutti dell’analisi transazionale.

In particolare, nelle interviste viene affrontato il tema del talento - o meglio dei talenti, visto che mi pare emerga in maniera molto netta che a determinare il successo di uno sportivo concorrano molte altre intelligenze oltre quella strettamente corporeo-cinestetica. Andrea Lucchetta, ad esempio, mostra di essere uno straordinario affabulatore e di possedere competenze linguistico-verbali fuori dal comune. È insomma un comunicatore, dentro e fuori il campo di gioco. Da giocatore metteva questa sua competenza linguistica al servizio del talento più strettamente fisico dando istruzioni ai compagni, incoraggiandoli, mettendoli in comunicazione fra di loro, organizzando il gioco. Da ex giocatore ha fatto dell’intelligenza verbale la base della sua nuova attività professionale, quella del commentatore e dell’educatore. Con le sue parole:

Il modo di comunicare deve essere in linea con la tipologia e lo spessore del messaggio da veicolare, tenendo conto dell’interlocutore cui viene indirizzato. L’efficacia di un comunicatore, però, si misura soprattutto nella capacità di indirizzare messaggi “aperti”, generalisti, che possono raggiungere un ampio palcoscenico. Nel caso della mia esperienza specifica, ho testato sul campo, in questi ultimi 20 anni, qualsiasi tipo di livello e supporto comunicativo, ne ho fatto tesoro e sono riuscito, in seguito, a utilizzarlo in altri contesti.”

Federica Brignone, una giovane campionessa di sci, dimostra dal canto suo di avere uno spiccato talento visuo-spaziale. È una caratteristica comune a molti sciatori, che arrivano a padroneggiare il percorso ancor prima di scendere materialmente in gara, visualizzandolo nella fase di preparazione, in cui raggiungono la massima concentrazione:

In effetti adopero sempre tecniche di visualizzazione. Prima delle gare faccio e rifaccio mille volte mentalmente il tracciato per cercare di memorizzarlo e arrivare in gara con la maggiore padronanza possibile del percorso. Ovviamente nello sci è molto difficile perché le variabili sono tantissime e hai a disposizione solo quel minuto e mezzo per mostrare cosa sai fare; se sbagli anche solo un’uscita dal cancelletto è finita. Comunque la visualizzazione aiuta, tanto che quest’anno cercherò di curare non solo la preparazione atletica ma anche il livello mentale, magari servendomi di un professionista.”

Yuri Chechi, invece, sembra essere la dimostrazione che il talento corporeo-cinestetico possa annidarsi anche in fisici che strutturalmente lo escluderebbero:

“Da piccolo avevo il complesso dell’altezza. Quando vai a scuola e sei piccolino spesso ti prendono in giro, è normale. Non è stato facile, all’inizio, fare i conti con la mia statura ma col tempo ho ringraziato chi mi ha dato questi pochi centimetri di altezza, che sono risultati decisivi per realizzare il mio sogno. Probabilmente se fossi stato alto cinque centimetri in più non avrei vinto le olimpiadi e l’obiettivo della mia vita era quello: non volevo diventare più alto, volevo diventare campione olimpico. Lo sport aiuta proprio a rendersi conto delle potenzialità che sono legate alle varie conformazioni fisiche. L’importante è accettare il proprio corpo e cercare di dare il massimo attraverso di esso.”

Alessandro Del Piero, infine, sembra ampiamente dotato di quella che Gardner definisce intelligenza intrapersonale: dai suoi racconti si evince quanto sia costantemente in contatto con se stesso attraverso un dialogo interno ininterrotto, dal quale ricava una forte determinazione che non gli impedisce, però, di prendere consapevolezza delle sue paure, delle sue ansie, impegnandolo in una complessa attività metacognitiva. È lui stesso a riconoscere senza esitazioni quanto questo lavorio intellettivo condizioni in maniera decisiva la sua perfomance sportiva:

E’ il cervello a governare tutto ed è di gran lunga l’organo più importante che abbiamo. Se il cervello funziona, il talento non si spegnerà mai.” Questa sua capacità di introspezione gli ha consentito di prendere consapevolezza di varie, diverse qualità e di indirizzarle e ricombinarle in un talento unitario quanto sfaccettato. La sua definizione di talento è di grande bellezza: 

“Io forse non sono il giocatore più veloce in assoluto, forse non sono il più tecnico, forse non sono il più intelligente e neppure il più atletico. Però possiedo ognuna di queste doti […] e la somma delle mie qualità mi ha reso quello che sono, e questo – a suo modo – si potrebbe chiamare talento. Riuscire a non sprecare nulla del proprio bagaglio di doti naturali è un talento, e lo si coltiva con il tempo”.

Mi è sembrato interessante, infine, tentare di associare alcune tipologie di spinta teorizzate dall’analisi transazionale ai profili che emergono dalle interviste ai campioni. Qui faccio cenno a un paio di esse. La ricerca della perfezione tecnica e stilistica di Chechi, ad esempio, penso sia agevolmente ascrivibile alla spinta “sii perfetto” ma mi pare si sorregga su un pronunciato “sii forte”, che lo ha portato, ad esempio, a sopportare durissimi allenamenti all’indomani dei catastrofici infortuni che lo hanno colpito alla vigilia delle olimpiadi di Barcellona, nel 1992, e di quelle di Sidney, nel 2000:

 “Quando tutto procede per il meglio, anche se non sei fortemente motivato, riesci comunque ad andare avanti; quando invece le cose vanno male – nel mio caso è successo, per esempio, in occasione dei miei due gravi infortuni – se non ti soccorre la motivazione, se non interviene una potente spinta interiore è difficile superare i momenti di difficoltà. Da dove arrivi questa motivazione non so dire: penso che in parte sia una dote innata, una componente del carattere, ma molto influisce l’ambiente che ti circonda, a partire dall’allenatore, lo staff ecc. Certo è che il possesso o meno della motivazione determina chi arriva in alto e chi no.” Lo stesso tipo di spinte mi sembrano caratterizzare le vicende umane e sportive di Dindo Capello, pilota automobilistico vincitore per tre volte della 24 ore di Le Mans, celebre per la cura maniacale con la quale prepara le competizioni e vittima, al pari di Chechi, di problemi di salute che hanno rischiato di minarne irrimediabilmente la carriera: “Come tantissimi atleti, anch’io ho vissuto momenti che mai avrei immaginato di dover vivere e devo dire che il periodo in cui ho iniziato a stare male è quello che più mi ha fatto comprendere di essere in possesso di una forza di volontà che non sapevo di possedere.”

Mi fermo qui, sperando di aver reso comprensibile, anche se per sommi capi, lo spirito che mi ha portato a interrogarmi su temi tanto complessi e impegnativi e che, soprattutto, mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con voi in un’occasione così stimolante e coinvolgente.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro un buon proseguimento dei lavori.